Semaforo verde alle nuove convenzioni per Medici di famiglia e specialisti ambulatoriali

Via libera in Conferenza Stato regioni all‘Accordo collettivo nazionale per la disciplina dei rapporti con i Medici di medicina generale e a quello per gli Specialisti ambulatoriali interni, Veterinari ed altre Professionalità sanitarie (Biologi, Chimici, Psicologi) ambulatoriali, relativi al triennio 2019-2021

Dopo l’ok della Corte dei Conti e il via libera oggi in Conferenza stato regioni decollano definitivamente Accordi Collettivi Nazionali 2019-2021 per la disciplina dei rapporti con i Medici di medicina generale e con gli specialisti ambulatoriali interni, veterinari ed altre professionalità sanitarie (biologi, chimici, psicologi) ambulatoriali.

Tra le principali novità, il nuovo Acn di medici di Famiglia attua il Ruolo Unico, garantendo a ogni medico il tempo pieno, nel rispetto dei diritti acquisiti per i medici già convenzionati, consolidando la prossimità dell’assistenza attraverso la rete degli studi medici. E ancora, definisce con accuratezza alcune tutele in relazione alla genitorialità e alla femminilizzazione della professione. Risolte anche le contraddizioni sui modelli di autonomia di gestione degli studi medici che potranno anche ospitare gli specialisti per la presa in carico dei pazienti cronici.

Tra gli aspetti normativi più significativi della Convenzione con gli specialisti ambulatoriali, spiccano: il riconoscimento del ruolo della specialistica ambulatoriale nell’equipe territoriale prevista dal Dm 77, quindi nelle Case di Comunità Hub e Spoke, Ospedali di Comunità, nei rapporti con le Cot e nell’Assistenza specialistica domiciliare; misure volte a garantire una maggiore flessibilità lavorativa. C’è un’attenzione particolare alle politiche di genere in particolare la maternità. L'accordo introduce quindi importanti norme a tutela della salute e della presa in carico specialistica dei pazienti facendo particolare attenzione a non perdere risorse economiche, sia strutturali che a progetto, anche quando queste non prevedono gli specialisti convenzionati. È previsto il graduale incremento di ore specialistiche ad iso-risorse per assistere i pazienti allo scopo di ridurre le lunghe liste d’attesa e gli accessi impropri nei Pronto Soccorso.

 

Articolo da "Quotidiano Sanità"


“La povertà aumenta, non parliamone soltanto una volta all’anno”

La presidente degli assistenti sociali sui dati Istat: cura delle persone, "i sussidi non bastano"

“Quello che l’Istat certifica, analizzando dati, è davanti ai nostri occhi ogni giorno: la povertà aumenta e cambia volto, coinvolge e trascina in situazioni di disagio anche chi ha un lavoro, magari fisso, ma non retribuito nel modo giusto. Famiglie, persone sole, anziani e bambini sono sempre più in difficoltà e quel che è terribile, è che a meno di casi di cronaca eclatanti, se ne parli soltanto quando arriva la statistica annuale”.

Barbara Rosina, presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali, commenta i dati dell’Istituto italiano di statistica sulla povertà del 2023 che, dopo essere rimasti fermi per un biennio, segnano un balzo in avanti.

“Ripetiamo da anni che i sussidi, pur essendo fondamentali, non bastano – aggiunge – Bisogna accompagnare le persone: servizi a domicilio, case a prezzi accessibili, educazione finanziaria, borse di studio e accesso all’istruzione, sanità gratuita e disponibile… L’elenco potrebbe non finire, ma serve un’attenzione quotidiana non un titolo una volta all’anno”.


ADI: più tempo per il primo incontro con i servizi sociali

Un sospiro di sollievo per le e gli assistenti sociali impegnati nella gestione dell’Assegno di Inclusione. In una circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 28 marzo, ma pubblicata ieri sul sito MLPS, si precisa che per le domande presentate dal 18 dicembre al 29 febbraio, la conta dei 120 giorni del primo incontro da parte dei servizi sociali con il nucleo familiare beneficiario della misura potrà decorrere dal momento della trasmissione dei dati da parte di INPS al Comune e non dalla sottoscrizione del Patto di attivazione digitale (PAD).

Negli ultimi giorni, a causa del mancato dialogo delle piattaforme, proprio al termine della primitiva scadenza dei 120 giorni dal PAD, sono state caricate migliaia di domande ADI sulle piattaforme dei Comuni causando non poche apprensioni da parte dei colleghi e delle colleghe in difficoltà nella gestione di questo flusso. La circolare ministeriale consentirà ai Comuni con un numero ingente di domande di poter calendarizzare in un tempo più ampio i primi incontri dando ai servizi sociali il tempo utile per poter interloquire con le persone e poter costruire con loro un percorso di inclusione sociale e non ridurre l’intervento sociale ad un click day.

Mentre il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali lavora al riallineamento delle piattaforme e delle relative scadenze, resta fermo che per le domande presentate a partire dal 1° marzo 2024 il termine dei 120 giorni per la convocazione e la conseguente presentazione al primo appuntamento decorrerà dal momento della sottoscrizione del PAD.


Milleproroghe: le misure che riguardano il settore sanitario

A sole 48 ore dall'approvazione alla Camera, l'assemblea di Palazzo Madama ha varato in via definitiva il milleproroghe con voto di fiducia. Il provvedimento ora è legge. Da segnalare che il milleproroghe è arrivato all'esame dell'Aula senza mandato al relatore.

Esteso a tutto il 2024 lo scudo penale per gli operatori sanitari, in attesa di una riforma complessiva della materia. Dopo diversi tentativi, è stata approvata anche la possibilità da parte degli enti del Ssn di trattenere in servizio, su base volontaria, i dirigenti medici, sanitari e i docenti universitari che svolgono attività assistenziale fino a 72 anni. Ma senza la possibilità, per questi, di mantenere o subentrare in ruoli apicali. Un milione di euro andrà alla Fonazione Ebri per la ricerca di nuove strategie terapeutiche per malattie neurodegenerative, del neuro-sviluppo. Rinnovato poi il finanziamento del fondo per il contrasto dei disturbi dell'alimentazione. Incrementati i finanziamenti per il bonus psicologo e l'assistenza ai bambini affetti da patologie oncologiche.

Leggi il testo integrale 

Di Giovanni Rodriquez


Il nuovo contratto dei medici contro gli stereotipi di genere

“Il linguaggio dà forma alla realtà: se i ruoli di genere mutano, la lingua si deve adeguare”

Il rinnovo del contratto della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria segna un passo avanti nella lotta agli stereotipi di genere, contro le discriminazioni e verso le pari opportunità. Il nuovo contratto introduce un elemento unico, per il momento, fra tutti i contratti pubblici: l’invito a prestare attenzione all’uso di una lingua inclusiva e non discriminante, con particolare attenzione al genere. È una dichiarazione che non ha valore di norma né è vincolante, ma chiarisce perfettamente quali siano le intenzioni delle parti: promuovere comportamenti inclusivi.

Dopo la decisione presa dalla Corte Costituzionale, di modificare l’intestazione delle proprie sentenze passando da un maschile “Signori” ad una formula che non fa più riferimento a nessun genere per i Magistrati, anche il linguaggio della contrattazione collettiva si propone di diventare più inclusivo.

Il dibattito sull’uso del linguaggio come strumento di contrasto alle discriminazioni di genere ha storia quarantennale in Italia, seppur avviato tardivamente rispetto ad altri Paesi. Il linguaggio è uno strumento con cui diamo forma alla realtà. La lingua, quindi, rispecchia la cultura di una società e ne influenza i comportamenti. Per tale ragione, con le parole possiamo rafforzare stereotipi e luoghi comuni, oppure possiamo provare a mettere in discussione ciò che diamo per scontato e immutabile.

L’uso di termini maschili per designare una donna, per esempio nei nomi che indicano le professioni, ci risulta naturale, ma di fatto non lo è. Sembra naturale solo perché l’uso si è consolidato nel tempo ed è diventato abitudine, ma è frutto di una costruzione culturale. Così come per secoli si è ritenuto “naturale” che una donna non lavorasse fuori di casa, dovesse occuparsi in maniera esclusiva dell’accudimento dei figli e fosse la sola a svolgere i lavori domestici.

Le donne, oggi, hanno sicuramente raggiunto maggiori posizioni di prestigio nelle istituzioni e nelle Aziende rispetto a qualche decennio fa. E se i ruoli di genere mutano, la lingua si deve adeguare, perché non è immobile. Se non si modificasse, si negherebbero quei cambiamenti già prodottisi in termini di parità di genere, che, seppur a fatica, hanno infranto alcune barriere e incrinato il soffitto di cristallo. Il linguaggio dei contratti deve raccontare questa nuova realtà, altrimenti si perpetuerà un’invisibilità femminile che riproduce stereotipi e pregiudizi piuttosto che riconoscere la presenza, lo status e il ruolo delle donne nella società.

Il merito della dichiarazione è quello di aver posto attenzione al linguaggio per superare i pregiudizi di genere culturalmente radicati e per questo difficilmente percepiti. È un invito a modificare quelle consuetudini rese automatiche dall’uso e rafforzate fino a diventare norma man mano che le ripetiamo.

Il nesso tra linguaggio ed esigenze di tutela è un tema che riguarda tutti, soprattutto il sindacato storicamente ispirato all’universalità dei diritti che attraverso la contrattazione collettiva dovrebbero trovare una compiuta attuazione.

Il cammino verso la parità di genere concreta e reale è ancora lungo; il nuovo contratto ne costituisce un fondamentale step.

 

Di Maria Teresa Coppola
Funzione Pubblica CGIL Medici e Dirigenza Sanitaria


Disturbi alimentari, l’esperto: “Il fondo? Bisogna fare di più”

Filippo Iovine è Responsabile di un Ambulatorio per i DCA: “È necessario aumentare i finanziamenti di tutti i servizi di salute mentale”

Venerdì 19 gennaio migliaia di studenti in 30 città italiane sono sceseìi in piazza per protestare contro la decisione del Governo di azzerare il Fondo per la cura dei disturbi alimentari. Questa scelta, per nulla condivisa dall’opinione pubblica, ha prepotentemente riacceso i riflettori sulle patologie di natura alimentare, probabilmente ancora troppo sottovalutate. Per approfondire il tema, abbiamo intervistato lo psichiatra e psicoterapeuta Filippo Iovine, Direttore del Centro Salute Mentale di Andria e Responsabile dell’Ambulatorio per i Disturbi dei Comportamenti Alimentari (DCA) di Trani. Dal 2014 ha avviato insieme ad altri colleghi un ambulatorio specifico sui disturbi del comportamento alimentare: “Sentivamo la necessità di offrire una risposta strutturata all’utenza per questo tipo di patologie, che prima non c’era”.

Direttore, qual è l’approccio al disturbo del comportamento alimentare?

Il disturbo del comportamento alimentare è una problematica che attualmente rientra tra quelle di salute mentale, ma che ha bisogno invece di un approccio multidisciplinare e altamente specializzato. Può essere utile, infatti, l’intervento di uno psicologo, di un cardiologo, di un gastroenterologo o di un dietologo: tutte figure che non sono previste negli organici di salute mentale. Curare pazienti affetti da anoressia o bulimia è alquanto complesso: loro la ‘cura’ l’hanno già trovata nel calo di peso e nei loro comportamenti. Capita che rifiutino la “nostra” cura perché non sono convinti che possa essere vantaggiosa, non vogliono cambiare. Questi disturbi sono il risultato di diversi fattori fisici e psichici; quindi, è sempre preferibile che vi sia un approccio nutrizionale specialistico volto a recuperare un comportamento alimentare e condizioni generali accettabili. A questo si deve accompagnare un approccio psicologico che aiuti a comprendere le proprie difficoltà, paure e problematiche anche sul piano psicologico. Il percorso di cura dura mediamente un anno e ovviamente dipende da caso a caso, a seconda della gravità.

Il vostro servizio è passato dall’essere attivo un pomeriggio a settimana ad un servizio di tre giornate piene e tre mezze giornate a settimana. Quanto è aumentata l’esigenza di affrontare queste patologie?

La richiesta di cura è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni. Dal 2014 ad oggi abbiamo avuto 532 pazienti – di cui il 50% ha meno di 24 anni – e ad oggi ne abbiamo in cura circa 150. Il picco c’è stato durante e dopo la pandemia: se prima avevamo una media di 50 pazienti all’anno, dal 2021 il numero è salito a 100. Questo ha portato anche ad un notevole incremento della nostra attività, che poi però ha dovuto fare i conti con la ristretta disponibilità delle risorse.

Da cosa scaturiscono i disturbi del comportamento alimentare?

Una delle problematiche spesso è l’accettazione della propria immagine corporea. Viviamo in una società nella quale il valore della bellezza corrisponde a quello di magrezza, e questo è prevalente soprattutto nel genere femminile. Questa è una patologia che si presenta spesso nelle ragazze molto intelligenti, che hanno la tendenza a primeggiare, che spesso sono le prime della classe, competitive. Il problema sorge quando la competizione la intraprendono con il proprio corpo: lì avviene un vero e proprio cortocircuito.

In particolare, cosa è accaduto con la pandemia?

Durante la pandemia la chiusura delle scuole, delle università e il fare tutto a distanza, hanno privato enormemente i più giovani di relazioni fondamentali. Questo ha portato all’esplosione di tutta una serie di paure, di ansietà e di tensioni che hanno avuto inevitabili ripercussioni sull’alimentazione, con diete fai da te (assolutamente sconsigliate) o alimentazione incontrollata.

Come è strutturato e organizzato il vostro organico?

Nel nostro caso si traduce in professionisti che prestano la propria professionalità e le proprie competenze per poter garantire una risposta il più possibile efficace a questo tipo di problematiche. Io ne sono un esempio: la mia attività è quella di direttore del Centro di Salute Mentale di Andria, ma inevitabilmente tolgo del tempo per poter garantire il servizio ai pazienti con disturbi del comportamento alimentare. Abbiamo due infermieri, un operatore sociosanitario e due psicologi a tempo pieno, ma tutte le altre figure mediche sono professionisti costretti a rubare del tempo alla propria funzione principale. Oltre a me, ci sono quindi una psichiatra, uno specialista dell’alimentazione, una nutrizionista, due psicologhe, una terapista per la riabilitazione e un’educatrice.

Riuscite a soddisfare tutte le esigenze della vostra utenza?

In tutta onestà, no. Attualmente abbiamo 18 persone che sono in lista d’attesa. L’esiguità delle risorse che abbiamo a disposizione non ci permette di offrire la risposta che vorremmo. Quando nel 2021 c’è stato un incremento del 30% della domanda di cura, a questo aumento purtroppo non ha potuto corrispondere alcuna estensione del personale. Inoltre abbiamo dovuto introdurre un limite di 13 anni d’età minima dei nostri pazienti. Questo perché avremmo bisogno di almeno un neuropsichiatra infantile che al momento non ci possiamo permettere. Lo stesso discorso vale poi per altre figure: ci servirebbero come il pane anche un terzo psicologo ed un dietologo. Nonostante tutto dobbiamo anche ritenerci fortunati perché la nostra azienda sanitaria ha sempre cercato di venire incontro alle nostre richieste: immagino non accada dappertutto. Il fondo di 25 milioni istituito dal Governo Draghi è stata una boccata di ossigeno: mi ha permesso di effettuare la richiesta di uno psicologo e di una dietista. Non solo. Ho potuto richiedere l’acquisto di nuove strumentazioni e implementare l’attività di promozione della salute rispetto ai disturbi del comportamento alimentare, davvero fondamentale.

Il Governo aveva inizialmente azzerato il Fondo dedicato alla cura dei disturbi del comportamento alimentare, voluto nel 2021 dal Governo Draghi. Poi ha fatto dietrofront. Quali sarebbero state le conseguenze di questo taglio?

A livello burocratico è stato complicato avviare tutte le pratiche per implementare il nostro organico e acquistare nuove strumentazioni. Ora che stiamo finalmente arrivando a toccare con mano i benefici di questo fondo, è chiaro che un blocco o una sua riduzione avrebbe creato un problema. Con il rifinanziamento del Fondo potremo dare continuità al nostro piano di assunzioni. Viceversa le figure che ora stiamo assumendo – che hanno contratti strettamente legati al fondo – sarebbero state costrette a cessare la loro attività. La nostra, tra l’altro, è una realtà avviata già da vari anni: in altre realtà meno o per nulla dotate sono state richieste molte più assunzioni e non immagino nemmeno cosa sarebbe significato per loro l’eliminazione o la riduzione del Fondo. Anche perché la sua istituzione aveva lo scopo di migliorare le strutture già esistenti, ma anche quello di avviare lì dove non c’erano l’istituzione di nuovi servizi.

Ora è stato annunciato un finanziamento strutturale…basterà?

Il rifinanziamento del fondo non risolve il problema ma è un elemento essenziale perché da quando il fondo è stato costituito è partito un lungo iter: il Ministero ha stanziato le risorse, che sono arrivate alle regioni che, a loro volta, hanno organizzato come spenderle e distribuirle alle Asl. Insomma, prima di essere effettivamente operativi passano dei mesi che vanno a erodere i termini che il Ministero dà per spendere le risorse. Per andare a regime, dunque, riconfermare il finanziamento è necessario. Ma non basta. Il Ministro ha detto che questi fondi devono diventare strutturali. Questo però deve valere per tutta la salute mentale.

Le risorse preannunciate sono sufficienti? In generale, pensa ci sia bassa attenzione riguardo ai disturbi del comportamento alimentare?

Che si tratti di 25 o 10 milioni, stiamo parlando di risorse ancora troppo esigue rispetto al problema. Abbiamo preso in carico 530 pazienti ma sono soltanto quelli che siamo riusciti ad intercettare. Se avessimo la possibilità e le risorse per poter fare prevenzione nelle scuole probabilmente sarebbero anche di più. Noi abbiamo ricevuto 124 mila euro per la progettualità di 12 mesi e si capisce che siamo lontanissimi dal poter sostenere con questo fondo le spese di un centro che necessita un determinato numero di specialisti. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la mortalità per disturbi del comportamento alimentare è la seconda causa di morte per i giovani sotto i 24 anni dopo gli incidenti stradali. È una patologia estremamente complessa, difficile da gestire e che non interessa soltanto il singolo utente, ma tutto il nucleo familiare. Una ragazza di 14 anni affetta da questa patologia è una vera e propria bomba, un fattore destruente per la serenità e per le relazioni di un’intera famiglia. Una delle cose che abbiamo previsto con l’implementazione del fondo, infatti, è un percorso di psico-educazione per i membri della famiglia, specie per i genitori perché devono essere aiutati a gestire queste situazioni e perché loro sono i primi a pagarne le conseguenze. Dobbiamo capire che non si può scherzare su questa tematica; stiamo giocando con la vita di questi ragazzi. Io e tanti altri professionisti non riceviamo una retribuzione per quello che stiamo facendo, lo facciamo per passione.

Come si comporta il resto d’Europa in merito?

L’Italia dedica alla salute mentale il 3% delle risorse per la sanità. La Spagna e il Portogallo vi dedicano il 5%, il Regno Unito spende il 9,5%, la Francia spende addirittura il 14,5%. Si tratta, nel nostro Paese, di una spesa pro-capite annua di appena 61 euro. È chiaro che non è sufficiente.

Cosa si può fare di più?

Coinvolgere, nella decisione sulla distribuzione delle risorse, chi lavora sul campo e conosce le necessità. Altrimenti rischiamo di avere risorse che non vengono utilizzate, nonostante siano già esigue. Se non mettiamo le strutture in condizione di utilizzare quelle risorse, abbiamo solo messo un cerotto ma non abbiamo curato la ferita.

 

di Matteo Mercuri e Martina Bortolotti


Pronto soccorso sotto pressione: il punto di “non ritorno” è sempre più vicino

Il settore sanitario è colpito in modo diffuso, dal nord al sud d’Italia, da criticità senza precedenti. “La vertenza sanità continuerà con altri scioperi”, hanno annunciato i sindacati che si sono mobilitati con particolare intensità negli ultimi mesi dell’anno, e che certamente continueranno a denunciare l’immobilismo della politica.

Gli ospedali sono in ginocchio, ma attualmente il settore più colpito appare quello dell’emergenza-urgenza. I pronto soccorso sono sempre più affollati, con picchi di affluenza che superano i 200 pazienti al giorno. Questa è la cruda realtà che attualmente stanno affrontando le strutture sanitarie italiane. Le regioni più colpite includono Lombardia, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia, Calabria, Toscana e Sicilia, tutte alle prese con una drammatica carenza di posti letto e personale.

La situazione nei pronto soccorso in Italia

Lo stato dell’arte dei Pronto Soccorso italiani tracciato dall’Osservatorio Nazionale permanente della Società italiana di emergenza Urgenza (Simeu) è a dir poco preoccupante. Ogni anno i medici di pronto soccorso degli ospedali pubblici nazionali effettuano 4 milioni e mezzo di visite in più rispetto agli standard nazionali definiti dalle società scientifiche. Il 22% del totale delle visite mediche di pronto soccorso supera quindi il normale carico di lavoro dei professionisti dell’emergenza.

Ogni medico dovrebbe eseguire ogni anno al massimo 3.000 visite, che invece sfiorano i 4.000 per ciascun professionista. Un fenomeno preoccupante, che è la prima conseguenza della carenza di personale. I medici a tempo indeterminato nei pronto soccorso italiani sono 5.800 mentre, in base alle piante organiche delle aziende sanitarie, ne servirebbero oltre 8.300; i precari sono circa 1.500. Mancano quindi all’appello più di mille medici di pronto soccorso.

Un’insufficiente copertura dei turni necessari da parte del personale in organico genera invece l’attuale difficoltà di gestione. Nel 54% dei PS sono presenti contratti atipici. Nel 48% dei PS operano dirigenti medici provenienti da altri reparti dell’ospedale in regime di prestazione aggiuntiva. Nel 32% dei PS operano specializzandi di Medicina Emergenza-Urgenza (MEU). Nel 29% dei PS, infine, operano specializzandi non appartenenti al comparto dell’emergenza.. Dall’analisi effettuata da Simeu appare evidente che le soluzioni adottate sinora producono una frammentazione estrema del personale all’interno delle strutture, generando enormi difficoltà e stress per gli stessi professionisti sanitari.

Il grande esodo e il punto di “non ritorno” sempre più vicino

I pronto soccorso registrano un afflusso massiccio con pazienti che, in molti casi, devono attendere anche 24 ore per un esame o una visita. In altri casi, invece, i pazienti rimangono in attesa – anche per giorni – di posti letto nei reparti. Una conseguenza ineluttabile se si pensa che negli ultimi 20 anni i posti letto sono diminuiti del 32%: gli ospedali italiani ne hanno 3 ogni 1000 abitanti, la Germania, ad esempio, ne ha 9.  I professionisti rimasti in prima linea affrontano sfide crescenti, con infermieri e medici che, come il resto della popolazione, si ammalano, aggravando ulteriormente la situazione. Tanti altri, invece, prendono la palla al balzo e sfruttano la prima possibilità per lasciare i pronto soccorso.

Dai dati raccolti dalla Società Italiana di Emergenza Urgenza, negli ultimi 12 mesi hanno abbandonato i pronto soccorso 1.033 medici, di cui il 70% dimessi, pensionati, passati a medicina generale o al privato, e il 30% trasferiti ad altro reparto ospedaliero. I nuovi ingressi degli ultimi 12 mesi sono 567. Il bilancio tra fuoriusciti e nuovi ingressi è negativo per il 45%, per cui solo il 55% viene sostituito. I dirigenti medici mancanti rispetto al necessario sono oggi 4mila, pari al 40% del fabbisogno nazionale.

 

Di Matteo Mercuri